La scuola pubblica perde altri 7.000 posti. Ma quanto ancora si può tagliare sull’istruzione?

La legge di Bilancio 2027 prevede una nuova riduzione degli organici di docenti e personale ATA. Quasi 15.000 posti in meno considerando anche i precedenti interventi. Si continua a parlare di qualità dell’istruzione, ma intanto si riducono le risorse umane necessarie a garantirla.

Le notizie pubblicate in queste ore dai principali quotidiani nazionali meritano una riflessione che va ben oltre la semplice cronaca politica. Il disegno di legge di Bilancio 2027, già bollinato dalla Ragioneria Generale dello Stato, prevede una nuova riduzione degli organici della scuola pubblica: 4.925 posti di personale docente e 2.049 posti di personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Complessivamente, altri 6.974 posti che, a partire dall’anno scolastico 2027/2028, verrebbero sottratti al sistema scolastico statale.

Non si tratta di numeri generici o di indiscrezioni giornalistiche. Le cifre sono riportate nella relazione tecnica che accompagna il disegno di legge e trovano riscontro nelle disposizioni dell’articolo 66, comma 5, del testo della manovra.

Occorre naturalmente precisare che siamo ancora di fronte a un disegno di legge, destinato all’esame del Parlamento e quindi suscettibile di modifiche. Ma la scelta politica contenuta nel testo governativo è già sufficientemente chiara da suscitare una domanda: davvero la scuola pubblica italiana può permettersi di perdere altri settemila posti di lavoro?

Quasi 15.000 posti in meno: non è più un intervento isolato

Per comprendere la portata della decisione occorre ricordare che non siamo di fronte alla prima riduzione degli organici scolastici.

La legge 30 dicembre 2024, n. 207, legge di Bilancio 2025, all’articolo 1, comma 828, aveva già previsto una diminuzione di 5.660 posti nell’organico dell’autonomia del personale docente, a decorrere dall’anno scolastico 2025/2026, e una riduzione di 2.174 posti del personale ATA, a partire dall’anno scolastico 2026/2027.

Con le ulteriori riduzioni contenute nella manovra 2027, il quadro complessivo diventerebbe il seguente:

 Personale Tagli precedenti Nuovi tagli Totale
Docenti 5.660 4.925 10.585
ATA 2.174 2.049 4.223
Totale 7.834 6.974 14.808

Quasi quindicimila posti in meno nell’arco di tre anni scolastici.

È bene chiarire che una riduzione delle dotazioni organiche non equivale automaticamente al licenziamento di altrettanti dipendenti in servizio. Significa, però, ridurre il numero dei posti disponibili nel sistema scolastico, con possibili conseguenze sulle assunzioni, sulle supplenze e sull’organizzazione delle istituzioni scolastiche.

E soprattutto significa compiere una scelta precisa: diminuire progressivamente le risorse professionali destinate alla scuola statale.

La scuola non è un’azienda dalla quale eliminare i costi

La relazione tecnica alla manovra quantifica i risparmi derivanti dai nuovi tagli in 83,9 milioni di euro nel 2027 e in 251,7 milioni di euro annui a decorrere dal 2028.

Sono cifre importanti per la contabilità pubblica. Ma la scuola può essere valutata esclusivamente attraverso il risparmio che produce?

Una scuola non è uno stabilimento industriale nel quale si possono ridurre gli addetti mantenendo necessariamente invariata la produzione. La qualità dell’istruzione dipende anche dal tempo che gli insegnanti possono dedicare agli studenti, dalla possibilità di realizzare attività di recupero e potenziamento, dall’assistenza agli alunni e dal funzionamento quotidiano degli uffici amministrativi.

Ogni posto eliminato dall’organico rappresenta una risorsa professionale in meno rispetto a quella che sarebbe stata disponibile senza il taglio.

E allora la domanda diventa inevitabile: quanto vale, per lo Stato, un insegnante che segue uno studente in difficoltà? Quanto vale un assistente amministrativo che garantisce il regolare funzionamento di una segreteria scolastica? Quanto vale un collaboratore scolastico che assicura vigilanza, assistenza e servizi essenziali?

Sono funzioni che non possono essere misurate soltanto attraverso una tabella di risparmio.

Il personale ATA, troppo spesso dimenticato

Nel dibattito pubblico sulla scuola l’attenzione si concentra quasi sempre sui docenti. Eppure, la nuova manovra prevede anche la riduzione di altri 2.049 posti di personale ATA, che si aggiungerebbero ai 2.174 già previsti dalla precedente legge di Bilancio.

Complessivamente, si arriverebbe a 4.223 posti ATA in meno.

È un dato che dovrebbe preoccupare chiunque conosca il funzionamento concreto delle istituzioni scolastiche.

Le segreterie devono affrontare procedure amministrative sempre più articolate, gestire il personale, gli stipendi, le ricostruzioni di carriera, i contratti, gli acquisti, i progetti finanziati e gli adempimenti connessi alla digitalizzazione.

I direttori dei servizi generali e amministrativi sono chiamati a coordinare attività complesse, spesso in presenza di carenze di organico e di crescenti responsabilità.

I collaboratori scolastici, dal canto loro, svolgono compiti indispensabili per l’apertura degli edifici, la vigilanza, l’assistenza agli alunni e il regolare svolgimento delle attività.

Si può continuare ad aumentare il numero degli adempimenti richiesti alle scuole e, contemporaneamente, diminuire il personale chiamato a svolgerli?

La risposta, per chi vive quotidianamente la realtà delle segreterie scolastiche, appare tutt’altro che difficile.

Non si può pretendere un’amministrazione scolastica moderna, efficiente e tempestiva se non si garantiscono le risorse umane necessarie al suo funzionamento.

Il calo degli studenti non può diventare l’unico criterio

Una delle ragioni richiamate nel dibattito sulla riduzione degli organici è il calo demografico. È un fenomeno reale, che sta progressivamente interessando il sistema scolastico italiano e che impone una riflessione sulla distribuzione delle risorse.

Ma meno studenti devono necessariamente significare meno insegnanti?

Oppure il calo della popolazione scolastica potrebbe rappresentare un’occasione per migliorare la qualità dell’istruzione, ridurre il numero degli alunni per classe, rafforzare le attività di recupero e potenziamento e garantire maggiore attenzione agli studenti con difficoltà di apprendimento?

La denatalità può certamente richiedere una riorganizzazione della rete scolastica. Non dimostra, però, che una riduzione proporzionale del personale sia sempre la soluzione migliore.

Anzi, proprio la diminuzione del numero degli studenti potrebbe consentire di affrontare alcune criticità che da anni caratterizzano la scuola italiana.

Trasformare automaticamente il calo demografico in un risparmio di spesa rischia di far perdere un’opportunità importante per il sistema educativo.

La Costituzione parla di diritto all’istruzione, non di risparmio

La questione non riguarda soltanto l’organizzazione del personale. Riguarda il ruolo che la scuola pubblica occupa nell’ordinamento costituzionale.

L’articolo 34 della Costituzione stabilisce che la scuola è aperta a tutti e riconosce il diritto all’istruzione. L’articolo 33 attribuisce alla Repubblica il compito di dettare le norme generali sull’istruzione e di istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

A questi principi si aggiunge l’articolo 3, secondo comma, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza sostanziale dei cittadini.

La scuola pubblica è uno degli strumenti fondamentali attraverso i quali questi principi possono e devono trovare concreta attuazione.

Naturalmente, la Costituzione non impedisce allo Stato di riorganizzare gli organici o di perseguire l’efficienza della spesa pubblica. Impone, però, di considerare l’effettiva tutela del diritto all’istruzione e la qualità del servizio offerto ai cittadini.

Il problema, quindi, non è sostenere che qualsiasi riduzione di personale sia automaticamente illegittima. Il problema è comprendere se queste riduzioni siano compatibili con gli obiettivi educativi, organizzativi e sociali che lo stesso Stato assegna alle istituzioni scolastiche.

 

Si trovano risorse per le scuole paritarie, mentre si riduce il personale statale

Un ulteriore elemento merita attenzione.

Nello stesso disegno di legge che prevede la riduzione degli organici della scuola statale compare la proroga al 2027 del contributo economico destinato alle famiglie che iscrivono i figli a determinate scuole paritarie.

La misura, prevista dall’articolo 104 del disegno di legge, conferma uno stanziamento di 20 milioni di euro e un contributo che può arrivare fino a 1.500 euro per studente, secondo le condizioni economiche e i requisiti previsti.

Occorre evitare semplificazioni: il finanziamento alle scuole paritarie ha un proprio quadro normativo, riconducibile anche alla legge 10 marzo 2000, n. 62, e non è di per sé incompatibile con il sostegno alla scuola statale.

Tuttavia, sul piano delle priorità politiche, il confronto appare inevitabile.

Se si ritiene necessario sostenere economicamente le famiglie che scelgono le scuole paritarie, perché nello stesso momento si considera necessario ridurre ulteriormente il personale della scuola pubblica statale?

Non si tratta di contrapporre le famiglie o gli studenti di istituzioni diverse, ma di chiedere al Governo quale strategia complessiva intenda perseguire per il sistema nazionale di istruzione.

 

Il Parlamento ha ancora la possibilità di intervenire

Il disegno di legge di Bilancio 2027 non è ancora una legge dello Stato. Il testo bollinato rappresenta una fase importante del procedimento, ma non conclude l’iter legislativo.

Il Parlamento può quindi modificare le disposizioni, intervenire sulle riduzioni previste e valutare soluzioni alternative.

È proprio in questa fase che dovrebbe svilupparsi un confronto serio con le organizzazioni sindacali, con i rappresentanti delle istituzioni scolastiche e con chi conosce concretamente le difficoltà del sistema.

Non bastano rassicurazioni generiche. Occorre spiegare come saranno distribuite le riduzioni, quali territori saranno interessati, quali conseguenze potranno derivarne per l’organizzazione delle scuole e quali strumenti verranno eventualmente adottati per evitare un peggioramento del servizio.

Senza queste risposte, parlare soltanto di risparmio significa lasciare in secondo piano la questione più importante: il futuro dell’istruzione pubblica.

La scuola è un investimento. Continuiamo a trattarla come una spesa da ridurre

Ogni Governo ha il diritto e il dovere di compiere scelte di politica economica. Nessuna amministrazione pubblica può considerarsi estranea alle esigenze di equilibrio dei conti dello Stato.

Ma esistono settori nei quali il risparmio immediato deve essere valutato alla luce delle conseguenze di lungo periodo.

La scuola è certamente uno di questi.

Risparmiare oggi sul personale scolastico può significare rinunciare domani a opportunità educative, a servizi amministrativi più efficienti e a un sistema capace di rispondere adeguatamente ai bisogni degli studenti.

Non è sufficiente affermare che l’istruzione rappresenta una priorità nazionale. Le priorità si riconoscono dalle scelte concrete, dalle risorse stanziate e dagli investimenti programmati.

Una scuola pubblica più debole non è un risparmio per il Paese. È un rischio per il suo futuro.

Ed è per questo che i quasi settemila ulteriori posti destinati a scomparire dagli organici non possono essere considerati una semplice operazione contabile.

Dietro quei numeri ci sono insegnanti, assistenti amministrativi, assistenti tecnici, collaboratori scolastici e, soprattutto, milioni di studenti che hanno diritto a una scuola pubblica capace di funzionare.

Il Parlamento ha ancora la possibilità di cambiare questa scelta.

La speranza è che, prima di decidere quanto risparmiare sulla scuola, ci si domandi finalmente quanto il Paese sia disposto a investire nel proprio futuro.

 

Il presente articolo è stato scritto nel pieno esercizio della libertà di pensiero e di espressione garantita dall’articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana, che recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.